La generazione di odori da attività produttive non rappresenta un fenomeno nuovo, tuttavia vi è oggi una maggiore sensibilità da parte della popolazione nei confronti di questa problematica. L’inquinamento olfattivo (o cattivo odore) anche se non è disciplinato in maniera specifica dal legislatore, è da considerarsi una forma di inquinamento atmosferico che può causare pesanti disagi per la qualità della vita e per l’ambiente. I composti maleodoranti non sono necessariamente associati ad effetti tossici, ma la loro presenza può scatenare nei soggetti esposti una serie di attività riflesse incontrollabili e soggettive, quali ipersalivazione, nausea, vomito, cefalea, effetti sul sistema nervoso e gastrico.

La normativa nazionale vigente non fissa né limiti di emissione né metodi o parametri idonei a misurare la portata delle emissioni odorigene. Infatti, le limitazioni introdotte attraverso il Dlgs 152/2006 e s.m.i. alle emissioni contenenti sostanze organiche volatili non tengono conto delle caratteristiche odorigene, ma utilizzano il criterio di pericolosità basato sul profilo tossicologico. Tuttavia, le emissioni odorigene devono ritenersi ricomprese nella definizione di “inquinamento atmosferico” e di “emissioni in atmosfera”; poiché la molestia olfattiva intollerabile è sia un possibile fattore di “pericolo per la salute umana o per la qualità dell’ambiente”, sia un fattore di compromissione degli “altri usi legittimi dell’ambiente”, in sede di rilascio delle autorizzazioni ambientali possono essere oggetto di valutazione anche i profili delle emissioni che arrecano molestie olfattive. Vi è quindi un fondamento normativo che giustifica l’imposizione di limitazioni o prescrizioni relative alle emissioni odorigene, finalizzate alla prevenzione o al contenimento delle molestie olfattive. Esistono, al contrario, norme comunitarie sulla qualità dell’aria che forniscono indicazioni sulla determinazione della concentrazione di odore presente nell’aria e sulle tecniche di misura da adottare, e a livello regionale anche in Italia vi sono norme atte a contenere l’impatto olfattivo di attività a forte emissione odorigena (ad esempio il DGR 3018/12 Linee Guida Lombardia).

Gli impianti che frequentemente sono la fonte di emissioni odorigene moleste sono tipici di alcune attività, quali la depurazione di acque reflue, gli impianti di compostaggio, le discariche, i digestori anaerobici per la produzione di biogas, gli inceneritori, e tutte quelle tipologie impiantistiche che già il R.D. 27 luglio 1934 n. 1265 classificava come industrie insalubri di prima classe, includendovi quelle le cui lavorazioni sono suscettibili del rilascio di sostanze odorigene, quali allevamenti di animali, concerie, distillerie, macelli, lavorazioni alimentari, industrie chimiche e metallurgiche. L’odore presenta di per sé delle difficoltà intrinseche nella sua quantificazione, essendo primariamente un parametro soggettivo e di natura transitoria (fatto che può rendere complesso il campionamento dell’aria e modificare l’esposizione dei soggetti sensibili). A maggior ragione, quindi, si rende necessario lo sviluppo di metodologie di misura dell’odore unificate e confrontabili, elaborate su basi scientifiche.

I metodi utilizzati per la caratterizzazione odorigena dei campioni d’aria sono fondamentalmente quello chimico e quello olfattometrico, potendosi applicare anche in combinazione nei in casi in cui sia necessario e possibile. L’olfattometria dinamica è attualmente la tecnica più idonea a quantificare in modo oggettivo l’odore dell’aria. Uno studio approfondito della fonte di emissione prevede inoltre l’utilizzo di modelli di dispersione dell’odore; attraverso la modellazione matematica è possibile valutare la dispersione degli odori sul territorio, tenendo conto degli effetti meteorologici ed orografici che lo caratterizzano. E’ evidente che i modelli di dispersione sono l’unica tecnica disponibile ai fini predittivi, cioè solitamente quando la potenziale fonte di emissione non è ancora attiva o non è stata realizzata.

Una volta cha si siano quantificate in modo oggettivo le emissione odorose e si sia valutata la dispersione degli odori nel territorio circostante, che fare? Il passo successivo è quello di dotarsi di dispositivi atti a ridurre le emissioni maleodoranti, quali gli impianti di trattamento dell’aria e, possibilmente, rivedere il processo produttivo nel suo complesso. E’ bene però ricordare che le attrezzature e gli impianti dovrebbero essere progettati e gestiti in modo da ridurre le emissioni e gli odori fin dalla loro possibile origine, applicando le tecnologie disponibili e le più adatte al caso specifico. Evitando o contenendo il più possibile la generazione di sostanze maleodoranti, il problema si ridimensiona da sé e quindi anche le soluzioni da adottare diventano più semplici, più rapide e meno costose.